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Giovedi, 18 Gennaio 2018 
  Natura VII - Il pavone

Questa volta non parleremo di animali prettamente selvatici ed autoctoni, in altre parole indigeni, delle nostre zone, ma di un uccello che nostrano certo non è, e neppure selvatico, almeno fuori del suo luogo d’origine, che è l’India.
Parliamo, infatti, del pavone comune (“pavo cristatus”), quello che tutti, o quasi tutti, conoscono e del pavone mutico (“pavo muticus”), originario di Giava, Sumatra e Indonesia che, essendo meno appariscente, non è stato massicciamente importato in Occidente come il cugino indiano.
Quest’uccello appartiene alla famiglia dei fasianidi, come il fagiano, anch’esso di origini orientali e ormai introdotto in tutto il mondo a scopo venatorio, e, come il fagiano, adotta una dieta onnivora fatta di semi, insetti, lombrichi, chiocciole e lumache. Non essendo allevato a scopo alimentare, ci si chiede a cosa serva tenere in cattività un animale di questa taglia (fino a 120 centimetri i maschi) con i problemi di igiene ed alimentari correlati. Semplice: per la bellezza del piumaggio degli esemplari maschi, specialmente nel periodo degli amori, in primavera/estate, quando i pretendenti mostrano la stupenda e famosissima “coda di pavone”, formata da un centinaio di piume intensamente e meravigliosamente colorate, al cui apice spicca il cosiddetto “occhio di pavone”. Queste penne, altro non sono che le copritrici della coda vera e propria, la quale, invero, è assai più modesta del relativo sopracoda: quest’ultimo (forse non tutti lo sanno) cade ogni anno nel periodo della muta,  cioè da fine settembre alla primavera successiva, allorché, ricresciuta e con i colori brillanti e metallici, è di nuovo pronta ad attirare le femmine.
Esse “leggono”, in questa parata e nella danza del maschio, tutti gli indizi di un buon riproduttore e, una volta operata l’oculata scelta (è sempre la femmina che sceglie e non solo tra i pavoni) gli si acquatta davanti in segno di accettazione.

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