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Come in tutte le grandi
città, a Milano non è raro vedere persone che vivono gravi situazioni di disagio
sociale. È sufficiente osservare con attenzione tra la massa che transita per le
vie del centro storico per notare un numero considerevole di persone che vivono
ai margini della società.
Si tratta di uomini e di donne che vivono per strada, persone alle quali il
destino, ad un certo momento della loro vita, ha voltato la faccia. Li vedi
vestiti male, dallo sguardo spento, aggirarsi per le vie del centro, intenti a
chiedere qualche moneta ai passanti.
A volte, sostano in qualche punto di grande passaggio, si siedono in terra e
attendono che qualcuno li noti e gli faccia l’elemosina.
È un popolo di cui fanno parte emarginati di ogni età; spesso, si tratta di
persone anziane, anche se è complicato attribuirgli con certezza un’età
anagrafica, perché una vita fatta di stenti e di disagio costanti altera anche
le fattezze del viso ed i movimenti del corpo. Quante volte ci si chiede, tra
amici e colleghi, come sia stato possibile per questi disperati ridursi a vivere
di espedienti, senza una vera dimora ed ai margini della società. Le ragioni
sono diverse e complicate.
È un tardo pomeriggio autunnale quando, sforzandomi di non apparire invadente ed
inopportuno, mi avvicino ad uno dei tanti clochard che frequentano le
centralissime vie di Milano, proprio davanti alla stazione ferroviaria di
Piazzale Cadorna.
Lo invito a fare due chiacchiere e, dopo un suo iniziale accenno di stupore,
incominciamo a camminare insieme: vuole dirigersi verso il Parco Sempione, forse
per sfuggire al rumore del traffico, in piena ora di punta, o semplicemente per
incontrare qualcuno dei suoi compagni di sventura. Rompo il ghiaccio facilmente,
dicendogli che, se vuole, possiamo darci del tu e che mi può chiamare per nome,
tralasciando la parola “signore” che ha già ripetuto almeno cinque volte in tre
minuti. “Come ti chiami?”, gli
chiedo. “Chiamami Renato”. Chissà se è il suo vero nome, ma questo poco importa.
Si vede che non è abituato a parlare davvero con qualcuno che non viva la sua
stessa situazione, ma c’è un qualcosa di gentile in lui che lo spinge
gradualmente a raccontarsi. La sua è una storia fatta di affari sbagliati in
gioventù, quando lavorava come commerciante con il padre. Un grave furto subito,
alcune situazioni in cui la sua fiducia negli altri fu mal riposta, la morte
prematura di suo padre ed ecco che, già all’età di circa venti o venticinque
anni, si ritrovò lasciato solo con se stesso, alle prese con una escalation di
coincidenze e di eventi sfortunati.
È pazzesco, ma questa è la realtà. Basta un nulla, un periodo fatto di
disavventure lavorative e familiari ed il gioco è fatto: ci si ritrova senza
avere più nulla, si avverte tutto il peso del proprio disagio e si sconfina in
una crudele depressione personale.
Eppure, quest’uomo dimostra una profonda dignità nel parlare, nel cercare di
sostenersi il più possibile e nel non lasciarsi andare ulteriormente. Da come mi
racconta le sue giornate e da come mi illustra il suo impegno per cercare di
tenere in ordine le poche cose che ha nel suo zainetto, capisco che, nonostante
la grande malinconia che gli leggo negli occhi, Renato ha un sottile
attaccamento alla vita.
Man mano che procediamo nella nostra passeggiata, il suo sguardo si mantiene
gentile e le parole gli escono dalla bocca lentamente, in particolare mentre
rievoca pezzi della sua storia.
Chiede alla sua vita soltanto di “riuscire a cavarsela” e “senza disturbare”. È
metodico, Renato, nello scegliere i posti per dormire, “senza dare nell’occhio”,
come tiene a precisarmi. Ma, per molti, lui è un invisibile e lui lo sa bene. E,
in fondo, accetta questo fatto con filosofia.
“La gente fa finta di non vedermi. Non c’è un gran che da guardare”, mi dice
accennando un sorriso. E Milano? Come vive una
persona come Renato a Milano? “Milano è un posto come un altro per vivere le
giornate”. Già, non è l’America dei suoi sogni giovanili, ma è abbastanza grande
“per sapere sempre dove andare”. Dove? In centro, in qualche giardinetto
pubblico o dietro ad un capannone. Renato passa giornate intere senza parlare
davvero con qualcuno, è vero. Osserva la vita degli altri che scorre,
limitandosi a chiedere qualche moneta, senza mai insistere. Dall’accento, pare
essere di origine emiliana.
Ha qualche parente che vive lontano e che non vede ormai da molti anni: “Cosa
potrei dirgli?”, mi dice sollevando le spalle.
Per persone come lui, non esiste la Milano degli aperitivi, delle mostre d’arte,
dei locali, delle discussioni tra milanisti ed interisti, dei concerti, delle
mode trendy, del passeggio e del business.
Esiste soltanto la Milano delle tante strade, dei giardinetti, dei parchi e dei
capannoni che diventano luoghi occasionali per piccole soste diurne, e
soprattutto, notturne.
A volte, ma capita veramente di rado, scambia qualche parola con altri come lui
e gli argomenti sono sempre gli stessi: i problemi quotidiani del mangiare e del
trovare un posto dove sostare con tranquillità, i ricordi della loro vita di una
volta. Già, la vita “prima della strada”, quel passato il cui ricordo, a volte,
fa stare male.
È buio quando ci salutiamo, nei pressi del Parco Sempione, davanti al Palazzo
della Triennale.
Mi volto indietro e lo vedo camminare lentamente, lento come le sue parole. Le
parole di un invisibile
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