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Milano è una metropoli vivace, dove il dinamismo della vita moderna mostra tutte le sue massime espressioni nella gente che prende i mezzi pubblici, nel mondo del business, nei locali affollati e nella presenza costante di turisti provenienti da tutto il mondo. Ma c'è di più: Milano
è capace di offrire qualcosa di molto particolare e, a tratti, inaspettato, anche sul versante culturale. Ciò che accade nell'ambito di eventi, mostre e gallerie d'arte è capace di soddisfare gusti e curiosità personali, offrendo ai visitatori momenti carichi di suggestione.
Ed è proprio una suggestione particolare il sentimento che prova il pubblico in visita alla mostra fotografica “Beatles & Rolling Stones”,
dedicata ai due omonimi e grandi gruppi della scena musicale inglese, presso la Galleria Grazia Neri, a Milano. La mostra è stata inaugurata il 14 Dicembre e rimarrà aperta fino al 28 Gennaio. Sono esposte diverse immagini fotografiche scattate sul finire degli Anni '60 da Gered Mankovitz
(ritrattista ufficiale dei Rolling Stones dal 1967 al 1969) e da Paul Saltzman (reporter pressoché casuale dei Beatles in occasione del loro viaggio spirituale in India, nel 1968). Le immagini in mostra conducono mentalmente il visitatore verso le atmosfere dell'epoca che più di ogni altra ha segnato un momento di passaggio fondamentale per la musica
moderna: colori ed espressività, concerti che sembravano intense cerimonie collettive, contestazione e rifiuto di schemi sociali precostituiti, provocazione, ironia e informalità, ricerca di nuovi percorsi artistici, meditazione e trasgressione. Tutti questi aspetti trovano un ampio risalto nelle fotografie scattate dai due grandi fotografi. La storia del rapporto tra Gered Mankovitz e i Rolling Stones nacque quasi per caso, in virtù di un susseguirsi di eventi incrociati: a 18 anni, conobbe Marianne Faithfull (già impegnata in
attività musicali e allora compagna di Mick Jagger, l'innovativo cantante degli Stones) e ne diventò il fotografo. Fu il manager dell'avvenente e bionda Marianne che, rimasto impressionato dall'abilità fotografica di Mankovitz, gli propose di immortalare anche la rock band che creò “Satisfaction”, “Paint It Black”, "Angie”, “Jumping Jack Flash”, “Let's Spend The Night Together”, “Play With Fire” e tantissime tra le più belle pietre miliari del rock di tutti i tempi. Nelle immagini esposte presso la Galleria Grazia Neri, si vedono Mick Jagger, Keith Richard, Charlie Watts, Bill Wyman e Brian Jones ripresi in momenti differenti: in camerino, sul palco, in posa per la copertina
di dischi e per le locandine di concerti. In particolare, si notano sguardi e atteggiamenti di rottura, di strappo nei confronti di regole rigide e ingessate. In altri termini: si nota la genesi di un linguaggio nuovo, di un modo diverso di proporsi e di rapportarsi al mondo circostante, in linea con i fermenti che scuoterono il mondo giovanile durante l'ultima parte dei Sixties.
Aspetti, questi, che hanno sempre trovato un posto di assoluto rilievo nell'energica musica dei Rolling Stones, una band che, comunque, non mancò di eseguire anche melodie cariche di riflessione: canzoni come “Angie” e, soprattutto, “As Tears Go By” sono capolavori che lasciano, in chi le ascolta, un sapore di strisciante malinconia.
L’India è forse il Paese che più di altri evoca un’aurea di spiritualità, forse per i suoi sconfinati paesaggi immersi in nubi monsoniche che trasmettono un’idea di mistero e di misticismo. Più di altri, è luogo di fantasia ed ispirazione e, in passato, molti artisti hanno deciso di andarci per ritrovare se stessi. Il periodo trascorso dai Beatles in India è forse il più significativo della loro breve ma eterna storia; il 1968 è l’anno del loro soggiorno nel Paese di Gandhi, dove il quartetto di Liverpool volle imparare la meditazione e trovare idee per un nuovo album, stavolta davvero in controtendenza e meno commerciale di alcuni precedenti: il “White
Album”. Pezzi come “Dear Prudence” e “I’m So Tired” sono tra i pochi che trascinano verso un‘estasi dei sensi grazie alla persistenza a volte quasi estenuante di alcune melodie, così come riuscivano alcune canzoni dell’altro album psichedelico e, dunque, “sperimentale” beatlesliano: “Revolver” (1966).

Ritrarre John, George, Paul e Ringo nel loro breve soggiorno indiano sarebbe stato probabilmente un modo per cogliere il gruppo musicale più celebre ed influente della storia nella loro maggiore espressione.
Ci riuscì quasi per caso il fotografo Paul Saltzman che si trovava proprio in quei luoghi e proprio in quei giorni: il reporter non sapeva della presenza dei Beatles presso l’ashram di Maharischi a Rishikesh. Dopo aver atteso alcuni giorni, gli fu finalmente permesso di immortalare quei volti di artisti e uomini alla ricerca del loro vero “io”. Le fotografie che ne seguirono sono ora parte integrante della mostra. Da ricordare sono soprattutto i primi piani di John e Paul, oltre alle tre stampe che ritraggono ancora i due più fecondi compositori del quartetto alle prese con le chitarre. Dalle immagini emerge non tanto la volontà di cronaca del viaggio intrapreso dal gruppo, bensì i ruoli artistici ed umani di ogni singolo componente. A dimostrazione di ciò, si può ammirare la fotografia che coglie
John e Paul mentre suonano le chitarre e Ringo che, in disparte, li osserva: una soluzione geniale per descrivere Ringo che, come è noto, è stato il Beatle meno ispirato e che certamente ha dato il minor contributo sul piano artistico, a differenza di Lennon e McCartney. L’altra immagine significativa, forse più di tutte le altre, è quella che ritrae il gruppo, in compagnia dei membri dell’ashram.
L’importanza del fotogramma non è tanto il fatto che rappresenti un documento del periodo forse più rilevante dei Beatles, quanto, in realtà, l’emergere della personalità del membro più equilibrato: George Harrison. A differenza degli altri, l’autore di “While My Guitar Gently Weeps” sembra l’unico a sentirsi nel suo habitat, come fosse a casa. Anche John si era
avvicinato alla spiritualità, ma seguendo altre vie, come quella della trasgressione. Altra via fu seguita da George e ciò non poteva essere altrimenti per una persona che disse: “Pianto fiori e li guardo crescere[…] Sto a casa e guardo il fiume che scorre”. Il Gange, fiume sacro per l’India, ha raccolto poi le sue ceneri...
Fotografie come quelle in mostra presso la Galleria Grazia Neri non sono soltanto suggestive immagini delle due grandissime band inglesi che innovarono la musica, ma sono anche e soprattutto un'efficace testimonianza degli Anni '60, un'epoca che fu densa di cambiamenti e di nuove proposte.
In collaborazione con Gabriele Brambilla
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