|
Come in tutte le grandi
città, a Milano non è raro vedere persone che vivono gravi situazioni di disagio
sociale. È sufficiente osservare con attenzione tra la massa che transita per le
vie del centro storico per notare un numero considerevole di persone che vivono
ai margini della società.
Si tratta di uomini e di donne che vivono per strada, persone alle quali il
destino, ad un certo momento della loro vita, ha voltato la faccia. Li vedi
vestiti male, dallo sguardo spento, aggirarsi per le vie del centro, intenti a
chiedere qualche moneta ai passanti.
A volte, sostano in qualche punto di grande passaggio, si siedono in terra e
attendono che qualcuno li noti e gli faccia l’elemosina.
È un popolo di cui fanno parte emarginati di ogni età; spesso, si tratta di
persone anziane, anche se è complicato attribuirgli con certezza un’età
anagrafica, perché una vita fatta di stenti e di disagio costanti altera anche
le fattezze del viso ed i movimenti del corpo. Quante volte ci si chiede, tra
amici e colleghi, come sia stato possibile per questi disperati ridursi a vivere
di espedienti, senza una vera dimora ed ai margini della società. Le ragioni
sono diverse e complicate.
È un tardo pomeriggio autunnale quando, sforzandomi di non apparire invadente ed
inopportuno, mi avvicino ad uno dei tanti clochard che frequentano le
centralissime vie di Milano, proprio davanti alla stazione ferroviaria di
Piazzale Cadorna.
Lo invito a fare due chiacchiere e, dopo un suo iniziale accenno di stupore,
incominciamo a camminare insieme: vuole dirigersi verso il Parco Sempione, forse
per sfuggire al rumore del traffico, in piena ora di punta, o semplicemente per
incontrare qualcuno dei suoi compagni di sventura. Rompo il ghiaccio facilmente,
dicendogli che, se vuole, possiamo darci del tu e che mi può chiamare per nome,
tralasciando la parola “signore” che ha già ripetuto almeno cinque volte in tre
minuti.
|