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“C’è bisogno di salire fino a Brunate per
andare a messa?”.
“Ma papà”, rispose Rossana, “adesso andare a Brunate è come andare dal
panettiere: con la funicolare ci si impiega sì e no dieci minuti. E poi lassù
c’è una chiesetta che è un incanto”.
Rossana non poteva dire a nessuno il vero motivo per cui ogni domenica, da tre
mesi,
disertava
Sant’Agostino, la sua parrocchia nel centro di Como, a due passi dal lago, per
andare a pregare in montagna. Se lo avesse detto a suo padre, che pure era un
piccolo imprenditore liberale e molto illuminato per quei tempi (il 1895),
l’avrebbe diseredata. Se lo avesse detto a sua madre, l’avrebbe chiusa in camera
senza cibo per giorni. E se lo avesse detto alle sue amiche, le avrebbero tolto
il saluto. Tutte tranne la Grisenda, che probabilmente si sarebbe incuriosita e
le avrebbe chiesto di raccontarle i dettagli. Ma la Grisenda era ritenuta da
tutto il quartiere una poco di buono.
Rossana saliva a Brunate non tanto per la messa, quanto per la confessione. Il
problema era che dopo tanti saliscendi non era ancora riuscita a confessare il
peccato che la tormentava. Non era facile trovare le parole adatte, il tono
soprattutto. Doveva essere contrito, molto contrito, altrimenti sarebbe sembrata
una dichiarazione d’amore. Sì, perché Rossana era innamorata del suo confessore.
Era stato un colpo di fulmine. L’ultima domenica di aprile era salita a Brunate
con la Tina e la Marta, le amiche del cuore, per fare una narcisata. Che poi
anche i narcisi erano una scusa, perché in realtà le tre ragazze erano state
attratte soprattutto dall’idea di prendere la funicolare, inaugurata nel
novembre dell’anno precedente. Per Como quel vagone che in un battibaleno saliva
dal livello del lago ai 714 metri di Brunate aggrappato a un cavo d’acciaio era
stato un evento epocale, accolto con un entusiasmo non dissimile da quello che i
francesi avevano riservato qualche anno prima alla Torre Eiffel.
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