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Il cibo (II)
Doveroso è anche un accenno al mondo delle frittate per la varietà degli ingredienti e dei sapori complementari: con le rane, con le lumache, con il salame (Ragusa), con il riso e poi con ogni tipo di verdura, con la cipolla, con il porro, con i piselli al pomodoro, con gli asparagi selvatici da siepe (Urtis) che crescevano spontanei in tarda primavera. Questi piatti poveri e nutrienti ben si adattavano alle pause di lavoro nei campi perché fornivano vitamine e proteine con poca spesa.
D’inverno, per cena, bastava la semplice combinazione di alimenti poveri (non si parlava di bistecche o di roast beef e chi conosceva gli spaghetti?): il riso cotto nel latte (Ris e latt), la farina di frumento cotta sempre nel latte zuccherato (Pult), rimasugli di pane bollito in acqua e burro con l’aggiunta di uova (Pancott), polpette fatte con gli avanzi del riso cotto nel latte e fritte nello strutto e poi minestre di cavolo, minestre di zucca e minestre di funghi.
Non mancavano le patate cotte nella cenere del camino o le patate tagliate a dadoni fritte con la pancetta e mescolate a fine cottura con le verze scottate. Qualche volta per la gioia dei piccoli, il tortino di fagioli chiusi in un tovagliolo per essere pressati in forma circolare e poi impanati e fritti nello strutto.
Piatto raro per la lunga preparazione, ma ambito, era la pasta fatta in casa, come le tagliatelle ai fagioli, dove parte dei quali venivano sbucciati crudi così da ottenere una crema mantecante che forniva al piatto un sapore casereccio indimenticabile.
Con l’arrivo dell’estate quando gli orti opulenti offrivano ogni tipo di verdura, da quella gastronomia rustica emergeva il minestrone, intanto per la particolarità ormai perduta dell’intenso profumo degli ortaggi appena colti e poi dal sapore pieno del lardo pestato e ridotto in poltiglia. Da questo connubio, consumato tiepido, saliva in superficie un velo cremoso e squisito; la razione per gli adulti era la scodella da un litro.
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