Home Page > Lettura > Giorni della Memoria > I falò di sant’Antonio abate Giovedi, 9 Settembre 2010 
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  I falò di sant’Antonio abate

Il 17 gennaio si festeggia Sant’Antonio Abate, che nella tradizione popolare è affiancato a Mauro (15 gennaio) e Marcello (16 gennaio), come ‘mercante della neve’. A indicare che siamo ormai in Inverno. Che è tempo di uccidere il maiale. Che tra poco inizia il Carnevale. Che bisogna dare fondo alle riserve di carne e grasso prima di affrontare i digiuni della Quaresima.
In passato era una delle feste più sentite e festeggiate, un po’ come tutte quelle che cadono in questo periodo. Forse perché d’inverno non si lavorava nei campi e si aveva più tempo per stare assieme e ogni occasione era buona per far baldoria. O forse perché erano ancora vive le antiche tradizioni pagane propiziatorie e, a scanso di equivoci, tanto male non fanno…
Dunque, 17 gennaio “Sant’Antoni dul purscell”, per distinguerlo da quell’altro sant’Antonio, da Padova. Difatti il nostro sant’Antonio è sempre raffigurato con un maialino accanto, forse a ricordo della sua resistenza alle tentazioni cui il demonio lo sottopose o forse a ricordo di un animale guarito. Qualcuno suppone che in tempi antichi al posto del maiale ci fosse un cinghiale, a suffragare l’ipotesi che sant’Antonio abate sia la trasposizione cristiana del dio celtico Lug, raffigurato appunto con un cinghiale in braccio. Ipotesi che trova riscontro nel dipinto del Pisanello del 1445 “Apparizione della Madonna ai santi Antonio abate e Giorgio” conservato alla National Gallery di Londra, in cui sant’Antonio abate ha ai suoi piedi proprio un cinghiale.
A dir la verità, il nostro sant’Antonio abate nacque nel 250-251 a Coma, in Egitto e trascorse la sua vita in solitudine, a lavorare e pregare, dapprima nei pressi della sua città natale, poi nel deserto dove visse in un’antica tomba scavata nella roccia. Ritenuto uno dei fondatori del monachesimo orientale, morì all’età di 105 anni nel suo eremo sul monte Qolzoum, vicino al Mar Rosso. Le sue reliquie vennero trasportate ad Alessandria, poi a Costantinopoli, alla Motte-Saint-Didier in Francia nell'XI secolo ed infine a Saint-Julien presso Arles, dove si venerano tuttora.

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