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Il 13 Novembre scorso si è inaugurata a Bergamo una nuova mostra di pittura cinquecentesca che onora un grande artista
locale: Giovan Battista Moroni. L’esposizione, intitolata “Giovan Battista Moroni Lo sguardo sulla realtà 1560-1579”, è
stata organizzata dalla Fondazione Bernareggi in collaborazione con la Diocesi, la Provincia ed il Comune di Bergamo. Curata da Simone Facchinetti e da Mina Gregori, essa si sviluppa in quattro diverse sedi storiche della città: dal Museo Adriano Bernareggi al Palazzo Moroni, dalla Biblioteca Angelo Maj al chiostro di San Francesco.
Tra i pochi dati certi riguardanti la vita del nostro artista se ne include uno
che, riportato da tutte le fonti biografiche, ci dà la certezza di come nel 1560
Giovan Battista avess e
fortemente ripreso i contatti con la piccola cittadina natia Albino. Questa data
coinciderebbe con l’avvio dell’ultima trasformazione del linguaggio pittorico
del Moroni, evolutosi verso la sua più piena maturità. Dal titolo scelto per
indicare la mostra, il visitatore dovrebbe quindi aspettarsi di passare in
visione gli ultimi capolavori del maestro: dai suoi ritratti più famosi alle sue più grandiose pale d’altare. In realtà l’esposizione non mira soltanto a questo scopo. Piuttosto essa vuole realizzare un confronto tra la produzione giovanile di Moroni e quella più matura. Un altro pregio della mostra è quello di riuscire a proporre un numero piuttosto significativo di disegni dell’artista, altrimenti difficilmente raggiungibili dal visitatore comune.
Ma, per andare con ordine, vorrei fare un piccolo passo indietro nella storia, e narrare un poco il personaggio principale della mostra, nonché di questo articolo.
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