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Altri giochi e dintorni
Col bel tempo erano tanti i giochi e i passatempi che si praticavano.
Un gioco in particolare, dal nome furbesco ed eroico insieme furoreggiava, “ruba
bandiera”: due squadre si fronteggiavano ad una distanza di circa venti metri ed
al centro, al di là della riga tracciata per terra, si posizionava
l’arbitro-porta bandiera che tenendo in mano un grosso straccio, con il braccio
teso, chiamava con un
numero
due avversari che partivano di corsa per contendersi il drappo.
La sua presa era spesso un rituale di danza perché prima della stoccata finale
ogni contendente adottava una tecnica personale: così si vedeva il soggetto
intuitivo, il riflessivo, l’energico, l’impulsivo ed il tattico; non era così
facile ghermire l’avversario e portarlo nel proprio territorio senza essere
toccati da lui; se accadeva la propria squadra pagava pegno con l’esclusione
dello stesso giocatore. Era un passatempo onesto e pure teatrale che avvinceva
anche gli spettatori.
La bicicletta: per bicicletta dobbiamo pensare a quella classica da uomo che i
ragazzini usavano inserendo una gamba sotto la canna e, pedalando tutti
sghimbesci, imparavano ad usarla cercando di non rompersi l’osso del collo. Le
sbucciature sulle ginocchia e sulle braccia erano medaglie, ma, non appena
avevano imparato, per dimostrare la loro bravura, caricavano i più giovani sulla sella e si buttavano in mille spericolatezze.
L’arco e le frecce: si trattava di qualcosa di molto rudimentale. Il primo era
ricavato solitamente dal salice (si poteva tenderlo bene) e veniva corredato di
spago. Le seconde provenivano dalle bacchette metalliche di vecchi ombrelli. Il
bersaglio era disegnato, con gran cura, sull’uscio del pollaio.
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