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Ora Jacopo è nel suo purgatorio...
Jacopo ci raccontò dei suoi ultimi momenti di vita, cosa gli accadde, cosa sentì, ma, a questo punto, faccio parlare lui:
“dovevo fotografare l’arca di S. Siro, sia pace alla sua essenza, ed intanto che ero nel duomo della mia città per svolgere questo, per me fotografo, facile compito ecco avvicinarsi, di certo incuriosito dal mio operare, un muratore che stava lavorando alla vicina tomba del beato Pampuri, che la sempiterna Luce l’accompagni sempre.
Abbiamo chiacchierato un po’ di apparecchi e di tecniche fotografiche: anche lui si diletta in questa recente arte.
“Come sarebbe bello fare delle foto a Pavia dall’alto del cupolone!” Mi ha detto lui ad un tratto, così, inopinatamente.
Gli ho risposto di si con un entusiasmo che stentavo a riconoscere mio.
Era un’occasione rara, da non lasciarsi assolutamente sfuggire. Salire là in alto, il punto più elevato della mia città. Lassù il cielo sarebbe stato troppo vicino! “Si andiamo!” gli dico. “Subito? Guarda che ti sporcherai lassù”. “Fa niente, dai, andiamo”.
Dalla sacrestia c’è una porta sulla sinistra, si passa per un corridoio, si arriva al campanile e si sale qualche rampa di scale.
L’eccitazione per ciò che mi stava accadendo e la subitanea fatica rendevano già il mio respiro affannato: breve ma intensissimo.
Finalmente i gradini sono finiti e siamo usciti su una passerella che collega il campanile al corpo della chiesa.
Uno spossamento intenso pervadeva tutto il mio essere e, lo stare così in alto, già abbastanza da vedere i tetti delle case e piazza della vittoria in basso, tanto piccola, provocò in me persino qualche capogiro.
Ma bisognava andare avanti, mancava poco più di un’ora a mezzogiorno e Sandro, questo il nome di colui che ai miei occhi appariva come Virgilio per il sommo poeta, non avrebbe, per nulla, rinunciato al suo ben meritato pranzo.
Abbiamo dovuto risalire il tamburo della cupola e ancora gradini di una scala a chiocciola che sembrava non finire mai. Eccoci di nuovo dentro il duomo, in una balconata che è in alto e che percorre tutto il perimetro interno della chiesa. Si vedeva qualcuno laggiù, tra le panche, qualcun altro tra le navate: erano piccolissimi. Che vertigine! Che bello!
Intanto scattavo fotografie e cambiavo rullini.
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